Con la comunicazione del 9 luglio scorso, il Rugby Alto Vicentino
accoglie una nuova figura chiave del suo percorso di crescita. Un allenatore
che porta esperienza, idee chiare e una visione che parla di futuro. È con grande
piacere che presentiamo il nuovo tecnico del RAV, pronto a guidare la squadra
con energia e competenza. Stefano Bordon.
Prima dell’intervista un piccolo riassunto del suo percorso sportivo.
Nato a Rovigo il 2 febbraio 1968, Stefano Bordon è una vera e propria leggenda del rugby italiano, con un background d’eccellenza diviso tra una gloriosa carriera da giocatore e un lunghissimo percorso da allenatore e formatore.
Cresciuto nel Rugby Rovigo, ha vestito la maglia dei Bersaglieri per
ben 12 stagioni vincendo due Scudetti (1987/88 e 1989/90). Come esperienze
internazionali: ha giocato in Francia nel prestigioso [RC Toulonnais (Tolone)
ed ha chiuso la carriera agonistica al CUS Verona nel 2003.
Nazionale Italiana (29 Cap): Pilastro dell’Italia tra il 1990 e il
1997, ha partecipato a due Coppe del Mondo (1991 e 1995). È stato tra i
protagonisti assoluti della storica vittoria di Grenoble nel 1997 contro la
Francia, che valse il titolo di Campioni d’Europa e l’accesso degli Azzurri al
Sei Nazioni.
Da Allenatore e Direttore Tecnico ha accumulato oltre vent’anni di
esperienza sulle panchine dei campionati nazionali italiani, guidando club
come: CUS Verona, Modena, Colorno, Amatori Alghero e Crociati Parma. Ed ancora
Borsari Rugby Badia, CUS Genova, Rugby Roma, CUS Perugia e Arieti Rieti. Ha
inoltre ricoperto ruoli d’élite come allenatore della selezione Italia A ed è
stato Direttore Tecnico dell’Este Rugby.
(In Foto Stefano Bordon con Rugbytotale a Genova, qualche anno fa)
Coach, benvenuto: iniziamo conoscendoti meglio. Chi è l’uomo dietro il
ruolo?
1) L’identità e gli obiettivi: Stefano, hai vissuto il rugby ai
massimi livelli mondiali. Adesso che sei qui con noi al RAV, qual è la
primissima impronta, sia tecnica che di mentalità, che vuoi dare ai ragazzi per
questa stagione?
La mia mentalità non è mai cambiata, indipendentemente
dall’avversario: è stata la stessa sia affrontando gli All Blacks sia il
Vicenza Rugby. Se c’è una cosa che voglio trasmettere ai ragazzi è proprio
questa: dare sempre il massimo, in ogni partita e in ogni allenamento. Prima
di tutto, però, voglio che si divertano. Sono dilettanti e giocano per
passione, quindi il divertimento deve essere alla base di tutto. Attraverso il
lavoro voglio poi far crescere in loro la consapevolezza, la fiducia nelle proprie
capacità e, soprattutto, l’ambizione di voler andare oltre. Un’ambizione che
dovrà essere condivisa da tutta la società. Voglio un gruppo presente, unito,
capace di sostenersi e di credere nelle proprie potenzialità. Voglio una
squadra che, ogni volta che scende in campo, esprima tutto quello che
ha, per non avere rimpianti. Io ho sempre avuto un unico obiettivo, che mi
accompagna da sempre. Non voglio imporlo ai ragazzi: voglio che siano loro,
attraverso i miglioramenti, il lavoro e i risultati, a maturare la
consapevolezza di poterlo raggiungere. E che, quando arriveranno a desiderarlo,
siano disposti a fare tutto il necessario per conquistarlo.
(Stefano Bordon head coach al Borsari Badìa)
2) il Mental Coaching sul campo: Chi ti conosce sa quanto credi nel
valore del Mental Coaching. In concreto, come pensi di usare questa tua
specializzazione per gestire il gruppo e aiutarci a superare i momenti più duri
del campionato?
Il Mental Coaching non serve solo quando tutto va bene: serve
soprattutto quando arrivano le difficoltà, per fare in modo che la squadra non
perda sé stessa. Lavoreremo sulla concentrazione, sulla gestione della
pressione, dell’ansia e delle emozioni, ma anche sulla fiducia in sé stessi e
nel gruppo. E soprattutto sulla capacità di reagire a una sconfitta, a un
errore o a una brutta prestazione senza perdere motivazione. Tengo molto anche
al coinvolgimento di tutti, compresi i ragazzi che trovano meno spazio in
campo: ognuno deve sentirsi importante e parte del progetto.
Voglio costruire un gruppo che nei momenti difficili non cerchi alibi
o colpevoli, ma sappia reagire, ritrovare energie e ripartire. Perché è
nelle difficoltà che si misura la vera forza di una squadra.
3) I giovani e il vivaio: Per il RAV la crescita dei ragazzi delle
giovanili è fondamentale. Tu che hai fatto tanta formazione, come pensi di
strutturare l’inserimento dei più giovani in prima squadra senza bruciare le
tappe?
Per l’Under 18 penso a un inserimento graduale, iniziando con uno
o due allenamenti con la prima squadra e aumentando progressivamente
l’intensità, fino ad arrivare all’allenamento completo.
L’obiettivo è farli crescere tecnicamente, tatticamente e mentalmente,
mettendoli a confronto con giocatori più esperti senza bruciare le tappe.
Voglio anche che capiscano fin da subito di essere una risorsa importante
per il futuro del club. Non voglio portarli subito in prima squadra: voglio prepararli
a farne parte, dando loro progressivamente spazio, responsabilità e fiducia.
4) La tua filosofia di gioco: Andiamo sul campo: che tipo di rugby
vedremo quest’anno? Preferisci puntare sulla concretezza e sulla fisicità degli
avanti o ti piacerebbe vedere un gioco più rapido, che dia spazio all’inventiva
dei trequarti?
Mi piacerebbe avere una squadra completa, capace di alternare il
gioco e di avere più soluzioni. Dobbiamo saper giocare con gli avanti, essere
rapidi con i trequarti e utilizzare anche il gioco al piede quando può essere efficace.
Una squadra ambiziosa deve avere dei punti di forza, ma non può dipendere solo
da quelli. Se l’avversario riesce a neutralizzare la nostra soluzione
migliore, dobbiamo essere capaci di cambiare piano di gioco e trovare altre
strade per vincere. Voglio quindi una squadra capace di adattarsi: avere
un’identità precisa, ma saperla interpretare in modo diverso in base alle
nostre caratteristiche e a quelle dell’avversario.
5) La scelta del RAV: Hai girato piazze storiche in Italia e all’estero.
Cosa ti ha convinto davvero del nostro progetto societario e cosa ti ha spinto
ad accettare questa sfida sulla nostra panchina?
La mia scelta nasce innanzitutto dal legame che ho con il RAV. Ho
già allenato qui per due anni e, nonostante siano stati anni particolari e
difficili per il Covid, sono stati comunque due anni belli, che mi hanno
lasciato molto. Il secondo motivo, e forse quello decisivo, è che vedo una società consapevole
di dove vuole andare e con un progetto preciso. Questa chiarezza mi ha convinto
a tornare con grande entusiasmo.
Conoscevo già l’ambiente e le persone, ma soprattutto ho
ritrovato una società con ambizioni e la volontà di costruire qualcosa. Ed
è questo che mi ha spinto ad accettare questa nuova sfida.
(Giuseppe Amura)
- Foto inserite da RUGBYTOTALE & SOCIALE, escluso il poster)






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