2026/08/15

RUGBY SERIE C - VENETO/ INTERVISTA A STEFANO BORDON, NUOVO ALLENATORE DEL RUGBY ALTO VICENTINO


Con la comunicazione del 9 luglio scorso, il Rugby Alto Vicentino accoglie una nuova figura chiave del suo percorso di crescita. Un allenatore che porta esperienza, idee chiare e una visione che parla di futuro. È con grande piacere che presentiamo il nuovo tecnico del RAV, pronto a guidare la squadra con energia e competenza. Stefano Bordon.

Prima dell’intervista un piccolo riassunto del suo percorso sportivo.

Nato a Rovigo il 2 febbraio 1968, Stefano Bordon è una vera e propria leggenda del rugby italiano, con un background d’eccellenza diviso tra una gloriosa carriera da giocatore e un lunghissimo percorso da allenatore e formatore.

Cresciuto nel Rugby Rovigo, ha vestito la maglia dei Bersaglieri per ben 12 stagioni vincendo due Scudetti (1987/88 e 1989/90). Come esperienze internazionali: ha giocato in Francia nel prestigioso [RC Toulonnais (Tolone) ed ha chiuso la carriera agonistica al CUS Verona nel 2003.

Nazionale Italiana (29 Cap): Pilastro dell’Italia tra il 1990 e il 1997, ha partecipato a due Coppe del Mondo (1991 e 1995). È stato tra i protagonisti assoluti della storica vittoria di Grenoble nel 1997 contro la Francia, che valse il titolo di Campioni d’Europa e l’accesso degli Azzurri al Sei Nazioni.

Da Allenatore e Direttore Tecnico ha accumulato oltre vent’anni di esperienza sulle panchine dei campionati nazionali italiani, guidando club come: CUS Verona, Modena, Colorno, Amatori Alghero e Crociati Parma. Ed ancora Borsari Rugby Badia, CUS Genova, Rugby Roma, CUS Perugia e Arieti Rieti. Ha inoltre ricoperto ruoli d’élite come allenatore della selezione Italia A ed è stato Direttore Tecnico dell’Este Rugby.

(In Foto  Stefano Bordon con Rugbytotale  a Genova, qualche anno fa)


Coach, benvenuto: iniziamo conoscendoti meglio. Chi è l’uomo dietro il ruolo?

1) L’identità e gli obiettivi: Stefano, hai vissuto il rugby ai massimi livelli mondiali. Adesso che sei qui con noi al RAV, qual è la primissima impronta, sia tecnica che di mentalità, che vuoi dare ai ragazzi per questa stagione?

La mia mentalità non è mai cambiata, indipendentemente dall’avversario: è stata la stessa sia affrontando gli All Blacks sia il Vicenza Rugby. Se c’è una cosa che voglio trasmettere ai ragazzi è proprio questa: dare sempre il massimo, in ogni partita e in ogni allenamento. Prima di tutto, però, voglio che si divertano. Sono dilettanti e giocano per passione, quindi il divertimento deve essere alla base di tutto. Attraverso il lavoro voglio poi far crescere in loro la consapevolezza, la fiducia nelle proprie capacità e, soprattutto, l’ambizione di voler andare oltre. Un’ambizione che dovrà essere condivisa da tutta la società. Voglio un gruppo presente, unito, capace di sostenersi e di credere nelle proprie potenzialità. Voglio una squadra che, ogni volta che scende in campo, esprima tutto quello che ha, per non avere rimpianti. Io ho sempre avuto un unico obiettivo, che mi accompagna da sempre. Non voglio imporlo ai ragazzi: voglio che siano loro, attraverso i miglioramenti, il lavoro e i risultati, a maturare la consapevolezza di poterlo raggiungere. E che, quando arriveranno a desiderarlo, siano disposti a fare tutto il necessario per conquistarlo.


(Stefano Bordon head coach al Borsari Badìa)

2) il Mental Coaching sul campo: Chi ti conosce sa quanto credi nel valore del Mental Coaching. In concreto, come pensi di usare questa tua specializzazione per gestire il gruppo e aiutarci a superare i momenti più duri del campionato?

Il Mental Coaching non serve solo quando tutto va bene: serve soprattutto quando arrivano le difficoltà, per fare in modo che la squadra non perda sé stessa. Lavoreremo sulla concentrazione, sulla gestione della pressione, dell’ansia e delle emozioni, ma anche sulla fiducia in sé stessi e nel gruppo. E soprattutto sulla capacità di reagire a una sconfitta, a un errore o a una brutta prestazione senza perdere motivazione. Tengo molto anche al coinvolgimento di tutti, compresi i ragazzi che trovano meno spazio in campo: ognuno deve sentirsi importante e parte del progetto.

Voglio costruire un gruppo che nei momenti difficili non cerchi alibi o colpevoli, ma sappia reagire, ritrovare energie e ripartire. Perché è nelle difficoltà che si misura la vera forza di una squadra.

3) I giovani e il vivaio: Per il RAV la crescita dei ragazzi delle giovanili è fondamentale. Tu che hai fatto tanta formazione, come pensi di strutturare l’inserimento dei più giovani in prima squadra senza bruciare le tappe?

Per l’Under 18 penso a un inserimento graduale, iniziando con uno o due allenamenti con la prima squadra e aumentando progressivamente l’intensità, fino ad arrivare all’allenamento completo.

L’obiettivo è farli crescere tecnicamente, tatticamente e mentalmente, mettendoli a confronto con giocatori più esperti senza bruciare le tappe. Voglio anche che capiscano fin da subito di essere una risorsa importante per il futuro del club. Non voglio portarli subito in prima squadra: voglio prepararli a farne parte, dando loro progressivamente spazio, responsabilità e fiducia.

4) La tua filosofia di gioco: Andiamo sul campo: che tipo di rugby vedremo quest’anno? Preferisci puntare sulla concretezza e sulla fisicità degli avanti o ti piacerebbe vedere un gioco più rapido, che dia spazio all’inventiva dei trequarti?

Mi piacerebbe avere una squadra completa, capace di alternare il gioco e di avere più soluzioni. Dobbiamo saper giocare con gli avanti, essere rapidi con i trequarti e utilizzare anche il gioco al piede quando può essere efficace. Una squadra ambiziosa deve avere dei punti di forza, ma non può dipendere solo da quelli. Se l’avversario riesce a neutralizzare la nostra soluzione migliore, dobbiamo essere capaci di cambiare piano di gioco e trovare altre strade per vincere. Voglio quindi una squadra capace di adattarsi: avere un’identità precisa, ma saperla interpretare in modo diverso in base alle nostre caratteristiche e a quelle dell’avversario.

5) La scelta del RAV: Hai girato piazze storiche in Italia e all’estero. Cosa ti ha convinto davvero del nostro progetto societario e cosa ti ha spinto ad accettare questa sfida sulla nostra panchina?

La mia scelta nasce innanzitutto dal legame che ho con il RAV. Ho già allenato qui per due anni e, nonostante siano stati anni particolari e difficili per il Covid, sono stati comunque due anni belli, che mi hanno lasciato molto. Il secondo motivo, e forse quello decisivo, è che vedo una società consapevole di dove vuole andare e con un progetto preciso. Questa chiarezza mi ha convinto a tornare con grande entusiasmo.

Conoscevo già l’ambiente e le persone, ma soprattutto ho ritrovato una società con ambizioni e la volontà di costruire qualcosa. Ed è questo che mi ha spinto ad accettare questa nuova sfida.

(Giuseppe Amura)

- Foto inserite da RUGBYTOTALE & SOCIALE, escluso il poster)

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