Nella mente dei Bersaglieri.
La preparazione della FEMI-CZ Rugby Rovigo Delta non è
fatta soltanto in campo e in palestra, dalla tecnica e dalla tattica. C’è una
componente meno visibile, ma altrettanto importante, che riguarda la capacità
di gestire la pressione, reagire a un errore, mantenere la concentrazione e
mettere le proprie qualità al servizio della squadra. È qui che entra in gioco
la preparazione mentale, un
allenamento che accompagna gli atleti rossoblù nel percorso verso la migliore
espressione del proprio potenziale.
Ne abbiamo parlato con lo Psicologo dello Sport, Davide Ghilardi, cha aiuta
gli atleti della Rugby Rovigo Delta a costruire giorno per giorno la versione
migliore di se stessi.
Qual è il
ruolo dello Psicologo dello Sport all’interno dello staff della FEMI-CZ Rugby
Rovigo Delta?
“Lo Psicologo dello Sport si occupa di Psicologia della Performance, quindi
di prestazione, sviluppo e miglioramento delle risorse mentali dell’atleta. Non
interviene solo quando emergono difficoltà o momenti di crisi: il suo ruolo è
soprattutto contribuire, insieme allo staff, a costruire durante la stagione un
ambiente in cui allenare quelle competenze che permettono all’atleta di
esprimere al meglio il proprio potenziale.”
Eppure, quando
si parla di allenamento, si pensa ancora soprattutto alla preparazione fisica,
tecnica e tattica. Quanto spazio dare alla mente?
“In generale, nel mio lavoro, durante i momenti di formazione che spesso
svolgo, quando chiedo ad atleti e allenatori, quanto tempo dedicano ogni
settimana alla preparazione tecnica, tattica e fisica, parliamo di diverse ore
per ciascuna area. Quando faccio la stessa domanda sulla preparazione mentale,
in genere le risposte non sono così chiare.
Questo significa che in generale nello sport moderno esiste ancora un
enorme margine di lavoro sulla dimensione mentale, sia individualmente sia come
squadra.”
Quali capacità
mentali possono essere allenate concretamente?
“La concentrazione, la gestione della pressione, la capacità di recuperare
dopo un errore, la comunicazione, la leadership e la fiducia. Tutte competenze
che richiedono tempo, continuità e metodo.
Il lavoro può avvenire attraverso colloqui individuali, esercitazioni
pratiche, confronti con lo staff e attività di gruppo. Preparazione mentale non
significa soltanto parlare di ciò che accade, ma soprattutto creare vere occasioni
di allenamento attraverso le quali sviluppare nuove competenze.”
Il suo
compito, quindi, non è semplicemente “motivare” gli atleti?
“No. La motivazione è importante, ma da sola non basta. Un atleta può
essere estremamente motivato e non avere gli strumenti per gestire la
pressione, gli errori o i momenti di difficoltà.
Il vero obiettivo è costruire competenze. Ogni atleta reagisce
diversamente: qualcuno interpreta la pressione come una sfida, qualcun altro
come una minaccia; qualcuno dimentica immediatamente un errore, mentre qualcun
altro continua a pensarci per tutta la partita.
Il mio compito è aiutare l’atleta a conoscere il proprio funzionamento
mentale e a sviluppare strumenti pratici che possa utilizzare in allenamento e
in gara.”
Quando si passa
dal singolo alla squadra, che cosa cambia?
“L’atleta non vive mai isolato. Il contesto influenza continuamente il suo
modo di pensare, comportarsi e crescere. E questo diventa ancora più evidente
in una squadra.
Spesso si pensa che una squadra forte sia semplicemente un insieme di
giocatori forti. Non è così. Le grandi squadre costruiscono prima di tutto una
cultura condivisa.
Parliamo spesso di rispetto, responsabilità, sacrificio, fiducia e umiltà,
ma un valore esiste davvero soltanto quando diventa un comportamento
osservabile. Il rispetto si vede nella reazione a una correzione; la
responsabilità emerge quando un giocatore si assume le conseguenze delle
proprie azioni senza cercare alibi; la fiducia si costruisce anche sostenendo
un compagno dopo un errore.”
Nel rugby
questo concetto assume un significato particolare?
“Assolutamente. È uno sport nel quale nessun giocatore può vincere da solo.
Ogni azione richiede collaborazione, comunicazione e disponibilità reciproca.
Per questo una parte importante del lavoro consiste nel contribuire alla
costruzione della cultura della squadra, aiutando atleti e staff a definire
quali valori vogliono rappresentare e, soprattutto, come tradurli nei
comportamenti quotidiani.”
Uno dei
momenti più difficili per un atleta è prendere una decisione sotto pressione.
Si può allenare anche questo?
“Nei momenti decisivi bisogna scegliere in pochi secondi: passare o
conservare il pallone, rischiare o attendere, correre o calciare. L’atleta ha
bisogno di mantenere lucidità e scegliere la soluzione più funzionale senza
essere bloccato dalla paura di sbagliare o da altre emozioni disfunzionali per
lui in quel momento. Questo specifico aspetto della prestazione si può allenare
attraverso visualizzazioni, esercizi attentivi, lavori sulla gestione delle
emozioni e soprattutto simulazioni di gioco ad altà intensità dove l’atleta fa
esperienza di momenti simili a quelle specifiche situazioni dove gli verrà
chiesto di prendere decisioni significative”.
Poi c’è
l’infortunio. Quanto pesa la componente mentale nel ritorno in campo?
“Moltissimo. Un atleta infortunato non deve recuperare soltanto un muscolo
o un’articolazione. Deve ritrovare fiducia nel proprio corpo e recuperare
serenità quando arriva il momento di tornare in campo. Qui entra in gioco la
resilienza, ma anche il concetto di ‘antifragilità’: la possibilità di
sviluppare nuove risorse proprio attraverso l’esperienza delle difficoltà.”
Anche una
sconfitta può diventare parte dell’allenamento mentale?
“Viviamo in una cultura che tende a giudicare tutto attraverso il
risultato: hai vinto, quindi hai lavorato bene; hai perso, quindi hai sbagliato
qualcosa. Ma lo sport è molto più complesso.
Una grande prestazione, composta anche da un’ottima preparazione mentale,
aumenta la probabilità di vincere, ma non garantisce la vittoria. Per questo è
importante analizzare non soltanto il risultato finale, ma comportamenti,
decisioni e aspetti migliorabili. Così anche una sconfitta può diventare
un’occasione di apprendimento, di miglioramento e di successiva vittoria”.
È più
difficile gestire una sconfitta o il successo?
“Anche il successo può rappresentare un rischio. Dopo una stagione
straordinaria possono emergere appagamento, perdita della ‘fame’ agonistica e
cambiamenti nelle dinamiche interne.
è sicuramente un tema complesso, ma il lavoro sta nel non lasciare che né la
sconfitta né il successo definiscano chi siamo. Dopo una sconfitta lavoriamo
sull’analisi di ciò che è sotto il nostro controllo e che possiamo migliorare;
dopo una vittorio sull’autoefficacia senza perdere la spinta al successo. In
entrambi i casi, l’obiettivo è tornare rapidamente al processo.”
(Roberta Paulon)