Prosegue il viaggio
de Il richiamo della Sirena, la rubrica della Partenope Rugby
dedicata ai ragazzi cresciuti in biancoazzurro che hanno portato la propria
passione oltre i confini di Napoli e dell’Italia.
Il terzo protagonista
della nostra rubrica è Corrado Berti, classe 2000, cresciuto nel progetto
scolastico che ha avvicinato tanti giovani del nostro territorio al Rugby. Dopo
il percorso nelle Accademie Federali, l’esperienza alla Partenope Rugby e
diverse avventure internazionali tra Nuova Zelanda e Portogallo, oggi veste la
maglia del Santa Rosa Rugby Club, nella provincia di Córdoba, in Argentina.
Corrado, oggi giochi
nel Santa Rosa Rugby Club in Argentina dopo aver recentemente concluso
un’esperienza in Portogallo e aver vissuto anche il rugby neozelandese. Come
sta andando questa nuova avventura e cosa ti hanno lasciato queste esperienze
internazionali?
Oggi, grazie
all’ospitalità di Marcos Reyna e della sua famiglia, sono qui in Argentina,
nella provincia di Córdoba. Qui la comunità e il rugby sono molto intrecciati:
il pueblo è piccolo, si conoscono praticamente tutti e, arrivando da un altro
Paese, tra negozianti e ragazzi mi conoscono già come “l’italiano”.
Il rugby è uno
sport particolare e ogni Paese ha le sue usanze. Ma in posti diversi del mondo
la meta è sempre la stessa: sacrificio, sostegno e appartenenza.
Una cosa, per
ora, è certa: il terzo tempo a Napoli è il migliore!
Come ti sei avvicinato
al rugby e come sei entrato a far parte della famiglia Partenope Rugby?
Ho iniziato
con un progetto scolastico alle medie. Grazie ai tutor Bruno Ciccarelli, Angelo
Ditré e Rino Luongo che, prelevandoci dalle scuole, ci portavano a giocare sui
campi della regione.
Quando poi
entrai nella fascia Under 16 fui indirizzato alla Partenope per proseguire il
mio percorso.
Ricordi chi sono stati
i tuoi primi allenatori alla Partenope? Quali insegnamenti ti hanno trasmesso e
quali porti ancora oggi con te, dentro e fuori dal campo?
I primi
allenamenti erano con Tonino, Marcos e Max.
Sicuramente
gli insegnamenti rugbistici che porto ancora con me sono quelli che servono più
fuori che dentro al campo. Il coraggio di placcare qualcuno più grande di te e
di sacrificarti per la squadra sapendo che loro lo faranno per te.
Tante cose, dette e ridette a un ragazzo che nel frattempo cresce, hanno poi contribuito a formare il carattere di chi sono oggi. E soprattutto, le amicizie fatte in questo lungo viaggio mi accompagnano e mi sostengono ancora, a distanza.
Hai giocato nella
Partenope da grande protagonista. Che significato ha avuto per te indossare
questa maglia e quali sono i ricordi più belli che conservi della tua
esperienza in biancoazzurro?
La maglia è
sempre in prestito. Ho semplicemente provato a fare ciò che altri avevano fatto
prima di me.
La stima dei
giocatori più grandi mi dava fiducia e gliene sarò sempre grato di questo.
Ciò che
ricordo con più piacere è sicuramente aver vinto il campionato a 17 anni, ma
anche aver avuto accanto i miei compagni delle giovanili, ritrovati poi in
prima squadra, e insieme aver fatto parte di una famiglia che insieme è
cresciuta.
Hai fatto le trafile
giovanili nelle Accademie Federali zonali di categoria e sei sempre stato un
prospetto di interesse nazionale. Quanto hanno inciso queste esperienze sul tuo
percorso rugbistico e quanto ti hanno aiutato ad affrontare le sfide che hai
incontrato successivamente, in Italia e all’estero?
Sicuramente è
stato un capitolo importante, di crescita.
Ciò che più di
tutto ha fatto la differenza è stato confrontarsi, essere aperti e, con umiltà,
accettare il giudizio altrui per poter migliorare.
Porto con me
l’insegnamento che bisogna darsi sempre tanti obiettivi e non tanto una sola
grande meta, nel rugby come nella vita, per potersi sempre rialzare.
Nel corso della tua
carriera hai avuto l’opportunità di confrontarti con culture rugbistiche molto
diverse tra loro, dall’Italia alla Nuova Zelanda, passando per il Portogallo e
oggi l’Argentina. Quali differenze hai riscontrato e cosa ti ha colpito
maggiormente di queste realtà?
Si vive il
rugby in modi diversi, dentro e fuori dal campo, però quando giochi non cambia
tanto da dove vieni ma come puoi essere d’aiuto.
Ognuno ha le
proprie tradizioni, cosa canti e come si mangia o le abitudini da spogliatoio.
Quello che in
Argentina sto vedendo con piacere è la presenza dei veterani nel club: pur non
facendo più parte della squadra, raccontano la storia del club semplicemente
essendo lì.
In Nuova
Zelanda hanno appesi al muro i nomi di tutti gli ex giocatori che hanno
rappresentato qualcosa di importante, e questo trasmette un senso di
responsabilità e appartenenza che non ha eguali.
Che consiglio daresti
ai ragazzi della Partenope Rugby che oggi sognano di seguire un percorso simile
al tuo, portando la propria passione per il rugby anche oltre i confini
italiani?
Il consiglio
che mi sento di dare a chi oggi gioca nella Partenope è di giocare ogni partita
come fosse l’ultima, qualunque sia il colore della tua maglia.
Spesso si dice
che a Napoli e al Sud il rugby non esiste, o che altrove sarebbe più facile. Ma
qualcuno disposto a passarti una palla ovale lo trovi sempre, che sia nella tua
città o da qualche altra parte nel mondo. La palla ovale te la passa solo un
amico, quindi fai tesoro di tutte le amicizie che puoi fare su un rettangolo di
gioco – compagno, allenatore o avversario. Perché se c’è qualcosa che ti
resterà per sempre dentro sono tutti i momenti che passerai con loro, quindi
goditeli. E se ne avrai bisogno, loro ti aiuteranno sempre in un modo o
nell’altro e il tuo sogno diventerà poi il sogno di una squadra intera.
Il richiamo della
Sirena
Dal progetto scuole ai
campi della Nuova Zelanda, del Portogallo e oggi dell’Argentina. La storia di
Corrado Berti dimostra come il rugby possa diventare un linguaggio universale
capace di unire persone, culture e generazioni diverse.
Perché, ovunque ci si
trovi, ciò che conta davvero resta sempre lo stesso: sacrificio, sostegno e
senso di appartenenza.
Grazie Corrado, ad
maiora semper con la Partenope da sempre e per sempre nel tuo cuore.



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